Palazzo Reale di Torino
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GLI ARCHITETTI E GLI SPAZI DEL PRINCIPE

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GLI ARCHITETTI E GLI SPAZI DEL PRINCIPE
La composizione attuale del Palazzo Reale di Torino è frutto di un articolato sovrapporsi di componenti architettoniche e decorative realizzate a ragione delle necessità funzionali e degli aggiornamenti del gusto. La committenza sovrana –da Emanuele Filiberto sino a Vittorio Emanuele III- trova concreta espressione attraverso l’opera di ingegneri e architetti che lungo i quasi quattro secoli d’uso della residenza interpretano le volontà regie quando annullando gli allestimenti precedenti quando sovrapponendosi gli uni agli altri in uno stupefacente rimando di funzioni e di stili che compongono il fascino del vissuto di questa grande dimora.
Ascanio Vittozzi, Maurizio Valperga e Carlo Morello, Guarino Guarini. Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri,Giovanni Battista Piacenza e Carlo Randoni, Ernest Melano, Pelagio Pelagi, Domenico Ferri e infine Emilio Stramucci rappresentano in sequenza, ciascuno per il proprio tempo, l’idea di sovranità e di potere assoluto dei sovrani sabaudi che sentirono costantemente l’esigenza di affermare e di comunicare la propria versione della loro maestà.

Il trasferimento della capitale del ducato da Chambery a Torino, nel 1563, conferisce alla città un ruolo centrale nel governo del territorio sabaudo “al di qua delle Alpi”. Emanuele Filiberto dispone gli apparati di difesa nella Cittadella e quelli di rappresentanza nel Palazzo del Vescovo, nel settore sud-ovest dell’attuale complesso. Qui il Duca avvia la realizzazione della propria residenza, ma è il suo successore Carlo Emanuele I che nel 1584 affida ad Ascanio Vittozzi da Orvieto l’incarico di erigere il “Palazzo nuovo grande”: l’incarico al Vittozzi gli viene attribuito a seguito di un concorso al quale “molti altri valenti uomini della professione”erano stati chiamati “da diverse parti d’Italia”. Il progetto fu aggiornato a più riprese, costruito velocemente (già nel maggio 1586 si stipulano i contratti per la facciata di pietra) ma mai portato a compimento.Dopo la lunga “guerra dei cognati” che dilania il ducato all’indomani della morte del Duca. Cristina di Francia,reggente in nome del figlio Carlo Emanuele (futuro Carlo Emanuele II), affida a Maurizio Valperga il cantiere con l’incarico di ridisegnare la facciata da porre a sipario delle costruzioni già esistenti; l’architetto disegna un fronte altamente rappresentativo a due piani. dove le alte finestre sono inquadrate tra lesene giganti binate. Le lentezze esecutive e i cambiamenti apportati alla fabbrica- nel frattempo innalzata di un piano e affiancata da due più alti padiglioni laterali- fecero sì che la versione finale della facciata, affidata dal settembre 1658 all’”ingegnero” Carlo Morello, risultasse fortemente semplificata rispetto all’impostazione vittozziana : la maestà dell’opera viene comunicata dal rigore quasi militaresco (del resto insito nel dna della dinastia), dove l’unica concessione decorativa è data dai timpani alternativamente triangolari e ricurvi delle finestre del secondo piano e dell’ultimo livello dei padiglioni. Dalla metà del XVII secolo il Palazzo compare sostanzialmente in questa veste in tutte le iconografie della seconda metà del secolo, dal Theatruum Sabaudiae al dipinto di Pieter Bolckman raffigurante l’Ostensione della SS. Sindone.

Mentre all’esterno si andava definendo la quinta architettonica rispetto alla Piazza Castello, all’interno il Palazzo si impreziosisce dei sontuosi allestimenti del Primo Piano: i ricchissimi soffitti in legno dorato,opera della famiglia Botto, costituiscono il tema dominante, in armonia con l’inserimento delle grandi tele allegoriche. i cui soggetti esaltano le virtù del sovrano all’interno di un programma iconografico dettato dal retore di corte Emanuele Tesauro. Vi operano Jan Miel e Charles Dauphin, i fratelli Dufour; nel Salone della Guardia Svizzera la discendenza dei Savoia dai principi sassoni è raffigurata nel nastro ad affresco di Giovanni Francesco e Antonio Fea.

Tra gli anni 1667-1668 Vittorio Amedeo II chiama alla corte torinese Guarino Guarini per creare una teca architettonica degna della più suggestiva reliquia della cristianità : il Sudario che aveva avvolto il corpo del Cristo. Guarini innesta quindi nel corpo ovest del Palazzo la Cappella della Sindone, che pone in connessione con il Duomo sviluppando autonomamente il progetto già avviato da Bernardino Quadri; la cerniera di collegamento è la Galleria della Sindone contrassegnata dalla sonora linearità delle grandi volte a crociera e dalle pareti nitide.
Alla ricerca di una sempre più precisa collocazione nella politica e nella cultura del tempo, Vittorio Amedeo II invita a Torino Daniel Seiter, che nel 1688 ha l’incarico di celebrare il sovrano nell’affresco della volta della Galleria che dal suo nome sarà definita “del Seiter”. Con Vittorio Amedeo II si sviluppa anche il programma di sistemazione dei Giardini aperti sul settore nord-est dei bastioni; il disegno è redatto dal Duparc, mentre le opere di ornamento sono affidate a Carlo Emanuele Lanfranchi. Sul finire del secolo l’impianto verso levante viene nuovamente rivisto da Andrè Le Notre che traccia sei bacini d’acqua e viali disposti a raggiera con effetti di moltiplicazione degli spazi; negli anni centrali del Settecento Simone Martinez porrà al centro dell’unico bacino oggi superstite il gruppo plastico dei Tritoni.

L’acquisizione del titolo regio.nel 1713.comporta notevoli ampliamenti nella struttura del Palazzo, che deve ospitare funzioni amministrative più ampie: le Segreterie con i loro uffici, gli Archivi. La realizzazione delle nuove opere viene affidata a Filippo Juvarra. chiamato a corte da Vittorio Amedeo II: grazie a Juvarra. Torino e il suo territorio vengono proiettati a pieno titolo sulla scena europea con capolavori assoluti, come la Basilica di Superga. la Palazzina di Caccia di Stupinigi, la Galleria di Diana. le Scuderie e la Chiesa di Sant’Uberto nella Reggia di Venaria. la trasformazione in chiave barocca del Castello di Rivoli.
Nel Palazzo la presenza di Juvarra è testimoniata nel Gabinetto Cinese e nella Scala delle Forbici.prestigioso collegamento tra il primo e il secondo piano nobile. Al genio inventivo di Juvarra si deve anche lo sfarzoso riallestimento dell’appartamento del nuovo sovrano Carlo Emanuele III nel padiglione di nord-est. Negli anni in cui Juvarra è primo architetto, il pittore Carlo Francesco Beaumont affresca la volta del Gabinetto Cinese.della Gallerie delle Battaglie (ispirata alle vittorie militari del nuovo sovrano) e della grande Galleria che costituisce la quinta di levante della piazzetta Reale e che da lui assumerà il nome di Galleria del Beaumont.

Alla partenza di Juvarra per Madrid.la carica di primo architetto regio viene assunta da Benedetto Alfieri. che definisce gli apparati decorativi degli ambienti del Secondo Piano, nel quale predispone l’appartamento nuziale di Vittorio Amedeo (futuro Vittorio Amedeo III) e dell’infanta di Spagna Maria Antonia Ferdinanda di Borbone Spagna. Indicativa del gusto alfieriano è la Sala delle Udienze rivestita di specchiere così come la Galleria del Daniel al Primo Piano : qui l’ariosa leggerezza raggiunta dall’architetto è mortificata dall’inserimento della fitta serie di ritratti inseriti a metà Ottocento da Carlo Alberto.

Nel 1788 Vittorio Amedeo III commissiona all’architetto Giovanni Battista Piacenza, già allievo di Benedetto Alfieri, alcuni riallestimenti nelle stanze del Secondo Piano destinate ai Duchi d’Aosta ma precedentemente occupate dalla sorella del Re, principessa Madama Felicita ; di conseguenza viene rivisitato anche l’appartamento del piano terreno sul Giardino.dove l’architetto Ignazio Birago di Borgaro crea per l’occasione l’elegante balconata marmorea ancora esistente.
Il Settecento si arricchisce dell’apporto dei molti artisti chiamati a corte: Milocco e i Cignaroli.Guidobono e Beaumont.il fonditore Francesco Ladatte, l’ebanista Pietro Piffetti virtuoso dell’intaglio, gli scultori Simone e Francesco Martinez e i fratelli Collino.

Nel 1798 Torino e il Piemonte vengono invasi dall’esercito napoleonico costringendo Carlo Emanuele IV all’esilio in Sardegna.che segna la fine dell’ancient régime. Il 20 maggio 1814 i Savoia riprendono possesso del trono come se l’occupazione francese non fosse mai avvenuta : è la restaurazione.aperta da Vittorio Emanuele I e poi dal fratello Carlo Felice; mentre Vittorio Emanuele contiene l’attività edilizia occupandosi soprattutto alla riorganizzazione del proprio regno, Carlo Felice si dedica alle residenze predilette di Govone e di Aglié, senza lasciare praticamente traccia di sé in Palazzo Reale. E’ Carlo Alberto.primo sovrano Savoia Carignano, a incidere profondamente nella struttura e nella immagine della reggia; artefice del cambiamento è Pelagio Palagi.nominato dal Re “pittore preposto alla decorazione dei reali Palazzi”, interprete sensibile dell’aspirazione al cambiamento voluta da Carlo Alberto.che affida la sua personale versione della majestas reale al solenne neoclassicismo dell’artista bolognese.

In Palazzo Palagi ribalta gli spazi funzionali tradizionalmente assegnati al re, le cui stanze erano affacciate sul Cortile d’Onore, collocandoli verso Piazza Castello dove precedentemente aveva alloggio la regina; modifica poi le due sale “delle Principesse” creando un unico grandioso Salone da Ballo : l’intervento intacca però gravemente la statica del Palazzo e produce danni strutturali cui pone rimedio Ernest Melano, che rinforza sin dai sotterranei l’area interessata dai dissesti.

Nella Galleria del Beaumont viene allestita la spettacolare Armeria Reale.ricca dei preziosi cimeli d’arme dei Savoia e persino delle loro cavalcature, mentre nella sottostante Citroniera ricava l’elegante e raffinata Biblioteca Reale.

Anche in alcune stanze del Secondo Piano Palagi sostituisce alle eteree fantasie barocche i suoi raffinati ma severi allestimenti neoclassici: in occasione delle nozze di Vittorio Emanuele (il futuro primo re d’Italia Vittorio Emanuele II). con Maria Adelaide d’Amburgo Lorena, l’Appartamento del Principe di Piemonte viene aggiornato secondo il nuovo gusto imperante.che oggi sopravvive solo nelle sale della Principessa.

Come per tutti i grandi architetti di corte, intorno a Palagi opera una équipe eccezionale di artisti: l’ebanista Gabriele Capello detto il Moncalvo.il pittore Pietro Ayres.lo scultore Giuseppe Gaggini. gli ornatisti in bronzo Giovanni Colla, Goffredo Odetti.
Diego Marielloni; con il supporto di questi ultimi, Palagi risolve anche l’annoso tema della sistemazione della Piazzetta Reale, dove sostituisce il secentesco Padiglione utilizzato per le ostensioni della Sindone (bruciato nel 1811) con una grandiosa quanto innovativa cancellata in ghisa dominata dalle statue equestri dei gemelli divini Castore e Polluce.eseguite dal milanese Giovanni Battista Viscardi. I riallestimenti commissionati da Carlo Alberto vengono realizzati tra il 1831, anno della sua ascesa al trono,e il 1848, anno della partenza per l’esilio in Portogallo, impostogli dal codice d’onore dopo la disfatta delle truppe piemontesi a Novara; sarà Vittorio Emanuele a portare a compimento l’impresa risorgimentale avviata dal padre e a diventare così, nel 1861, primo Re d’Italia.

Nella Torino divenuta capitale nazionale, si rafforza l’esigenza, peraltro già sentita, di dare un accesso maestoso agli appartamenti : l’impresa viene affidata a Domenico Ferri.nominato nel 1854 “pittore decoratore dei Regi Palazzi”, carica già ricoperta dal Palagi. La fase realizzativi si compie in soli due anni.tra il 1862 e il 1864 e risolve tra il generale plauso della corte il difficile tema, affrontato con un taglio fortemente scenografico che gli era congeniale per le sue pregresse esperienze teatrali e con intenti encomiastici nei confronti della dinastia ed in particolare di Emanuele Filiberto- che aveva portato la capitale a Torino- e di Carlo Alberto.che aveva avviato le lotte risorgimentali.

Nel 1870 la capitale viene trasferita a Firenze e poi a Roma. dove il Re e la corte si insediano al Quirinale; nell’antica capitale sabauda la presenza dei sovrani viene riservata solo ad eventi ed occasioni particolari. Tuttavia Emilio Stramucci, ultimo architetto di corte, ha incarico di ricomporre in chiave neo rococò alcune sale del Primo Piano allestite pochi decenni prima da Pelagio Palagi: la Sala da Pranzo, quella del Caffè,dei Medaglioni o del Trono della Regina, alcune parti dell’ Appartamento di Madama Felicita.destinato a fine Novecento alla principessa Letizia Napoleone, Duchessa d’Aosta.

Nell’ambito della sistemazione e prolungamento dell’antica via del Seminario (emblematicamente ridenominata via XX Settembre) viene realizzato un nuovo fabbricato ad uso uffici, posto in continuità del complesso palatino. Dalle prime proposte ad impianto quadrangolare organizzato intorno ad una corte centrale, del 1891, si passa ad una pianta a C e infine all’attuale impostazione attuale a manica lunga doppia e servita da un corridoio centrale. Contemporaneamente le istanze di conservazione delle importanti vestigia del teatro romano (rimesse in luce nell’occasione) suggeriscono di porre in relazione la Manica Nuova e via XX Settembre con un “ponte” o passerella che consenta la visione dei reperti.

La lontananza della corte limita gli interventi nella parte rappresentativa del Palazzo,che solo nel 1925 torna ad animarsi con l’arrivo del giovane principe ereditario Umberto, destinato ad essere l’ultimo sovrano sabaudo. Il Principe charmant, che negli anni giovanili aveva avuto a maestro Corrado Ricci (Direttore Generale delle Antichità e Belle Arti), si rivela presto un sicuro intenditore d’arte, un appassionato cultore della iconografia sabauda, delle memorie espresse nelle residenze ed in particolare in quelle di Torino e di Racconigi. Umberto manifesta la sua cultura artistica nelle scelte compiute per il riallestimento del Secondo Piano del Palazzo, che elegge a sua residenza occupando le trenta sale storicamente pertinenti al Principe di Piemonte e ai Duchi di Aosta . A differenza di tutti i suoi predecessori, Umberto è l’unico principe che dispone personalmente della propria residenza, riarredandola con gusto sicuro, scegliendo i pezzi migliori negli altri appartamenti del palazzo, facendo acquisti personali per completarne la sistemazione. L’intero Secondo Piano viene dotato di impianti d’avanguardia in fatto di riscaldamento, inserendo senza invasività ma con intelligenza i termosifoni dentro i grandi camini, schermati da eleganti grate in ottone; accanto alle scale principali sono posizionati ascensori, di cui uno ancora in uso, vengono creati dei servizi igienici con acqua corrente a caduta, posizionati accanto alle camere da letto e alle guardaroba, attrezzate con armadiate capaci di contenere le uniformi che Umberto vestirà costantemente e le raffinate toilettes della principessa belga Maria José di Coburgo Gotha, sposata a Roma nel 1930. Nel 1932 la coppia principesca si sposta a Napoli, dove attendono la nascita dell’erede, secondo la tradizione monarchica post unitaria che vuole, alternativamente, che il principe ereditario nasca a Torino e a Napoli : in realtà nasce Maria Pia.ma Umberto e Maria José non torneranno più. se non episodicamente, a Torino.

Dal 1948 il Palazzo, cessate le sue prerogative dinastiche,viene assegnato al Demanio dello Stato e dato in consegna all’allora Soprintendenza ai Monumenti del Piemonte, che ne curò il passaggio da Residenza reale a museo.
Autore: Daniela Biancolini Ultimo aggiornamento: 21/Dic/2012
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